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Corpo e consapevolezza: imparare ad ascoltar….lo


Il nostro organismo è caratterizzato da una complessa organizzazione neurologica, muscolare e fasciale, che viene incessantemente utilizzata nello spazio, sia per gestire la statica, rispetto alla forza di gravità, sia per espressioni dinamiche, occupando lo spazio che ci circonda.

Quasi ogni parte del nostro corpo può eseguire dei movimenti, grazie alle connessioni tra segmenti scheletrici, le articolazioni. Dal tipo di connessione tra due segmenti ossei, ne consegue una limitata libertà di movimento, oppure movimenti completi di rotazione e scivolamento nelle tre dimensioni dello spazio. La connessione fra i muscoli e i vari segmenti ossei si realizza con la formazione di sistemi di leve di vario grado. (cfr. Kapandji - Fisiologia Articolare).

Nei primi mesi di vita l’organismo è fondamentalmente al servizio dei propri visceri. Il sistema nervoso centrale è ancora poco elaborato, l’apparato muscolo-scheletrico abbozza le prime relazioni tensili con la gravità. Siamo i nostri organi.

Man mano che si cresce, l’attenzione si dirige verso le informazioni propriocettive periferiche, le tensioni dei muscoli e delle fasce, la stabilità dell’apparato scheletrico, l’armonia delle parti; ma abitualmente si tratta di un tipo di attenzione “distratta”, che orienta il proprio focus sulla globalità “grossolana” e scontata dei movimenti o della statica.

Quotidianamente tendiamo a rincorrere cose da fare, quasi in una totale anestesia, rispetto al nostro corpo, sia nella sua complessa globalità, che in ogni sua parte. Ci risvegliamo da questa sorta di automatismo, prevalentemente se compaiono sindromi (intese come somma di sintomi) algiche, disfunzionali, che ci impediscono di continuare a fare.

Il corpo comunica continuamente con ogni sua parte, affinchè i 50 mila miliardi di suoi “abitanti” (le cellule) possano assolvere ai loro specifici compiti, dando modo all’organismo di esprimere salute e funzionalità.

Il tutto si realizza rapidamente, simultaneamente, silenziosamente (tranne quando uno stomaco brontola per la fame o o una articolazione scricchiola perché troppo sollecitata!), sinergicamente, coerentemente.

La natura ha fatto sì che la nostra attenzione fosse preservata dall’essere costantemente informata di ogni singola attività vitale, altrimenti saremmo andati comprensibilmente in tilt in pochissimo tempo, tanta sarebbe l’energia bruciata solo per diventarne CONSAPEVOLI!

Comunque percepire il corpo e apprendere i codici base del suo linguaggio (le vibrazioni benefiche dopo e durante una passeggiata immersi nella natura, per esempio, o le tensioni disturbanti, quando sta per sopraggiungere un mal di testa), ci farebbe sentire meno impotenti e maggiormente performanti (nello sport, come nella vita quotidiana), contribuendo anche a sollecitare l’innata capacità di apprezzare le sensazioni organiche legate ad emozioni gradevoli e potenzianti.

Quotidianamente assumiamo posture, da quando ci alziamo dal letto al mattino, a quando ci torniamo alla sera. In fondo, la POSTURA è la capacità del sistema nervoso di farci adattare istantaneamente all’ambiente, per svolgere attività (statiche o dinamiche), grazie ad informazioni che arrivano dall’esterno (camminare su un filo o su un prato, per esempio) e ad altre che provengono dall’interno del nostro organismo (sentire un forte stimolo a fare pipì, ci costringerà ad assumere una caratteristica postura, per esempio).

Qual è la postura più difficile da realizzare e soprattutto mantenere?

Stare fermi, immobili, possibilmente in modo corretto, comodo e funzionale, restando in un ascolto puro, ossia senza giudizio, per apprendere, per gustare, per ri-conoscere, seguendo un percorso ordinato (per esempio, con direzione testa-piedi), con pazienza, curiosità e capacità di stupirsi, con gentilezza e precisione.

Facciamo un esercizio di autoscanner, escludendo giudizi e razionalità:

  • In piedi, arti inferiori distanti quanto percepiamo largo il nostro bacino, con i piedi nudi e paralleli fra loro; RESPIRO regolare, profondo e prolungato, naso (inspirazione) e bocca (espirazione);

  • Esploriamo la modalità con cui abbiamo scelto di appoggiarci sulla terra: superficie occupata e pressioni esercitate su di esse, piede sinistro e poi destro;

  • Ascoltiamo le tensioni che si vanno determinando a livello dei polpacci, sinistro e destro;

  • Flettiamo lievemente le ginocchia, per rendere la posizione più stabile e radicata;

  • Le cosce ci informeranno di una tensione decisa, sinistra e poi destra;

  • Addome attivo, grazie ad un ombelico “risucchiato” verso la colonna; azione che produrrà inevitabilmente, una lieve contrazione dei glutei;

  • Tronco espanso, appoggiato con leggerezza sopra il bacino, come se fosse in gradevole galleggiamento;

  • Spalle aperte, clavicole “sorridenti”;

  • Arti superiori appesi morbidamente alle spalle, come degli ombrelli per il manico, con gomiti, polsi e dita delle mani rilassati;

  • Collo e testa protesi verso il cielo e allineati, come se stessimo sostenendo delicatamente una grande mela sotto il mento;

  • Infine sguardo verso un orizzonte lontanissimo e muscoli facciali rilassati (facciamo qualche smorfia per verificare);

STAVAMO RESPIRANDO COME INDICATO??????


Stavamo esplorando un’alternativa all’incessante lavorio della mente? Invece di ascoltare solo i pensieri, iniziamo ad ascoltare il linguaggio del corpo, momento per momento.

Possiamo apprendere come coltivare, con questa generosa immobilità, attraverso la modalità dell’essere, anziché la modalità del fare. La modalità dell’essere coltiva la possibilità di percepire il momento, attraverso una consapevolezza fertile e motivante.

Cosa avete scoperto su di voi, con questa esperienza?

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